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Il grande freddo che ci attende: la crisi energetica e il condominio

L’attuale crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina, rischia di causare ingentissimi disagi nella gestione del riscaldamento centralizzato negli edifici condominiali, aggravando un problema già esistente e di natura per così dire strutturale.

In effetti il condominio è da sempre un cattivo pagatore perché al proprio interno convivono soggetti assai diversi, sia come disponibilità economica, sia come regolarità, o meglio “irregolarità” nei pagamenti, a volte motivata, va detto, più dalla smemoratezza che da comportamenti maliziosi.

I fornitori di gas metano, conoscendo i problemi condominiali, hanno sempre tollerato, nei limiti del ragionevole, ritardi nel pagamento delle fatture, anche in considerazione delle somme ingenti (e non da adesso), delle bollette energetiche, in modo da consentire almeno di spalmare i consumi invernali nel corso dell’intero anno; anzi la disponibilità ad attendere è una delle qualità più richieste ai fornitori da parte degli Amministratori, ancor più che piccole differenze di costi tra un gestore e l’altro.

Questo finora, perché già molti fornitori hanno fatto sapere di non poter più tollerare ritardi nei pagamenti e addirittura alcuni di loro temono di dover risolvere i contratti di fornitura, dato che potrebbero non ottenere più le quote di gas loro assegnate, che verrebbero accaparrate dai fornitori più grandi, lasciando almeno temporaneamente senza gas i loro clienti, posto che i fornitori rimasti siano disposti ad accettarne di nuovi, ed a quali condizioni, visto che le forniture prioritarie diverranno quelle industriali.

Su questa situazione già delicata, si sta rovesciando in capo alle famiglie, la tempesta perfetta di aumenti che potrebbero raddoppiare e persino triplicare o anche più i costi del riscaldamento (per tacere dell’energia elettrica), con l’aggravante che nel caso degli impianti centralizzati è impossibile personalizzare la gestione degli orari, come avviene per  gli impianti autonomi, ed anche la chiusura dei singoli termosifoni, ormai tutti dotati di contabilizzazione dei consumi, manterrebbe comunque in capo ai Condòmini il costo dei consumi indiretti, che tipicamente si aggira intorno al 30% del totale, lasciandoli per giunta al freddo.

Si rende quindi necessario prendere dei provvedimenti efficaci, ma anche responsabilizzare i Condòmini sulla necessità di versare le proprie quote senza ritardi, e dal momento che le famiglie più penalizzate dalla crisi potrebbero non essere letteralmente in grado di pagare quanto dovuto, sarebbe del tutto opportuno creare un fondo cassa per assorbire le inevitabili morosità, al fine di scongiurare il rischio che le difficoltà di alcuni, pur comprensibili, facciano restare al freddo l’intero fabbricato.

Bisogna infatti considerare che il servizio di riscaldamento non è un lusso ma, specialmente in presenza di persone anziane, di ammalati, di bambini, un servizio assolutamente prioritario ed indispensabile, al fine di non mettere in pericolo la salute delle persone più fragili, specialmente considerando che non siamo più attrezzati, come nel passato, per resistere ai rigori dell’inverno con sistemi di riscaldamento rudimentali rispetto agli odierni; non possiamo tornare ai camini ed ai bracieri.

Anche l’aspetto funzionale di un impianto condominiale presenta problemi particolari: come per una catena la cui resistenza è data dalla maglia più debole, in un impianto centralizzato, specialmente se di vecchia concezione, la temperatura dell’acqua in caldaia deve essere sufficiente per fornire la temperatura minima richiesta all’appartamento più gelido, ed è illusorio sperare che i Condòmini meglio serviti accettino di stare al freddo, auto limitandosi, potendone fare a meno. Più efficace è ridurre le ore di funzionamento giornaliero dell’impianto, ma questo è materia delle ordinanze sindacali dei vari Comuni.

Leggi l’articolo con il mio intervento, pubblicato su il Centro il 4 ottobre

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